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PIRELLI.COM / WORLD

Intervista a Peter Sagan

Fotografie di Simon Flamigni, Contour by Getty Images

«Cos’ho fatto per cambiare il ciclismo? Non ho fatto altro che restare me stesso». Peter Sagan è un game changer naturale. Probabilmente senza volerlo, sta invertendo i paradigmi di uno sport antico e tradizionale, che per sua natura è molto fedele a se stesso: nella storia del ciclismo, infatti, raramente le varie discipline si sono incrociate e quando è accaduto è successo sempre nella stessa maniera. Ovvero: i ciclisti da strada a un certo punto della carriera diventavano o pistard o sceglievano l’off road. E una volta fatta quella scelta non tornavano indietro. Quindi, a ogni ciclista corrispondeva la sua specificità. Ed è così anche oggi praticamente per tutti, addirittura con ogni ciclista che nella sua disciplina si concentra in una tipologia molto definita di specialità: c’è lo scalatore, c’è il passista, c’è il velocista, c’è il cronoman. 
E poi c’è Peter Sagan, che appunto cambia tutto, prende ciò che sappiamo del ciclismo e lo rivoluziona silenziosamente. Perché lui è partito dalla bici off road per andare sulla strada, ma non ha fatto una scelta definitiva. Vuole essere completo, totale. Quindi diverso. Un ragazzo abituato fin da piccolo ad andare per la propria strada, pur sapendo che ogni tanto deve dare la precedenza e talvolta anche rallentare. Impossibile però fermarlo. È un talento purissimo che, come sostiene Giovanni Lombardi, campione olimpico a Barcellona e oggi procuratore del corridore slovacco, «non fa nulla per apparire personaggio. Peter non è costruito a tavolino: lui è così».

Fotografie di Simon Flamigni, Contour by Getty Images

Con lui il ciclismo, uno sport carico di storia, tradizioni e contraddizioni, ha vissuto in pratica una rivoluzione. Lo si è capito fin da subito, quando questo Fregoli su due ruote si è palesato al mondo. Il suo ingresso è stato fragoroso. Il suo modo di correre, vincere e soprattutto festeggiare non ha lasciato indifferente né il pubblico degli appassionati, né i suoi avversari, a cominciare da quella leggenda del ciclismo mondiale che risponde al nome di Fabian Cancellara. Da buon svizzero, quadrato e orgoglioso, non ci stava a perdere e a farsi anche prendere per il naso da quel ragazzino impertinente. Peter vinceva e sulla linea del traguardo si lasciava andare a impennate o a mimiche che richiamavano eroi dei fumetti o personaggi del cinema. «Ma io non ho mai voluto mancare di rispetto a nessuno - ci spiega. Ho sempre pensato solo e soltanto a vincere divertendomi e divertendo. Quindi, se io dopo il traguardo impenno o faccio finta di essere l’incredibile Hulk o ancora mimo la corsa di Forrest Gump, è solo per divertirmi, non per ridicolizzare i miei avversari. Ma vi sembra possibile che quando uno vince si limiti ad alzare le braccia al cielo? E come se a mia moglie mi limitassi a dare un bacio sulla guancia».
Peter è un ragazzo del ’90, come i calciatori Mario Balotelli e Aaron Ramsey, come l’attrice Emma Watson. Ha molte delle abitudini di tutti i 26enni: ama scherzare, prendere in giro il prossimo e se stesso. Ma quando si trova in sella alla propria bicicletta fa sempre maledettamente sul serio. Peter Pan Sagan è diventato negli anni il miglior testimonial per uno sport sicuramente faticoso, ma anche eccessivamente serio e serioso. «Io non ce la faccio a stare troppo tempo in ritiro o in una stanza di albergo in attesa di poter correre. Io mi annoio maledettamente e dopo un po’ devo trovare qualcosa da fare. Per questo mi porto dietro anche le mie macchinine radiocomandate: per occupare il tempo».
Folletto, funambolo e giocoliere. Come dice lui stesso, un po’ Forrest Gump ma anche l’incredibile Hulk: Peter Pan Sagan è sempre stato personaggio. Ora poi che vince a ripetizione, con quella sua faccia da Johnny Depp e veste da un anno la maglia iridata di campione del mondo (a metà settembre ha vinto anche la prima edizione del campionato d’Europa) da grande è diventato gigante.  

È l’uomo della bicicletta, il talento più puro ricercato e riconosciuto nel mondo delle due ruote. È slovacco, ma è cittadino del mondo: tutti lo vogliono, tutti lo adorano, per il suo modo di essere: poco convenzionale. Sembra nato per andare in bicicletta, anche se questa non è il suo vero amore. «Adoro da sempre le moto - ci spiega lo slovacco che per anni ha vissuto a Cimadolmo, in provincia di Treviso e parla perfettamente l’italiano - e mi sono appassionato a questo sport guardando Valentino Rossi. Lui per me è l’archetipo dello sportivo, dell’uomo che ha qualcosa in più e fa di tutto per metterlo in mostra con generosità. Mi piaceva vederlo vincere, ma amavo ancora di più stare lì a vedere cosa avrebbe escogitato per celebrare l’ennesima vittoria».
Il ragazzo di strada ne ha fatta tanta da quando ha cominciato a pedalare sui prati: prima il ciclocross, poi il fascino della mountain bike. Ha cominciato a pedalare a 4 anni, per emulare il fratello Juraj. A gareggiare a 9, quando l’allenatore di Juraj gli propose di provare anche lui. Come sono andate le prime corse? Le ha vinte quasi tutte, «ma dopo 3/4 anni volevo smettere per dedicarmi solo alla discesa libera o al downhill che mi sembravano molto più divertenti: è chiaro che io amo maledettamente il brivido. Questo penso che l’abbiano capito un po’ tutti. Ma adoro anche sorprendere, spiazzare. Per questo anche all’ultimo Tour de France, quando meno se lo aspettavano, andavo all’attacco. Partivo da lontano per promuovere una fuga: io devo divertirmi. Le tattiche sono necessarie, ma anche no». 
Game changer naturale, dicevamo. Nel modo di interpretare tecnicamente lo sport, ma anche nel modo di viverlo. In grado di fare cose che nessun altro ha mai fatto prima: al Tour de France è arrivato anche a barattare con il patron Oleg Tinkov la quinta maglia verde consecutiva, quella a punti, con le Olimpiadi di Rio: «Se arrivo in maglia verde a Parigi – gli ha detto – vado a Rio a correre la prova di mountain bike». Il magnate russo non ha saputo dirgli di no. O meglio, ci ha provato ma senza grossi risultati e così ha rilanciato: «Ad una condizione - gli ha intimato: correrai fino a fine stagione per raccattare punti, perché la mia Tinkoff quest’anno lascia il ciclismo e io voglio lasciare da numero uno al mondo». Peter a Rio ci è andato, ed è stato bloccato da due forature maligne quando era già lanciato verso il podio. 

Fotografie di Simon Flamigni, Contour by Getty Images

Ha studiato informatica all’Istituto Tecnico Amministrativo e a 11 anni ha frequentato anche un corso di recitazione. «Esperienza breve, fosse durata di più oggi vivrei a Hollywood. Ma sono felice lo stesso. Quando ne ho voglia mi dedico ancora alla recitazione. Quest’anno mi sono divertito a fare un video - che in rete è diventato immediatamente virale - dove io interpreto con mia moglie Katarina “Grease”. Mi sono divertito come un matto a ricoprire i panni di Danny Zuko alias John Travolta e a cantare "You're the one that I want". È stato un modo come un altro per augurare a tutti i miei fans un buon 2016». 
Si diverte Peter, con la leggerezza dei campioni. «Ma devo ringraziare la mia famiglia se sono così (Peter è il quarto dei quattro figli di mamma Helena e papà Lubomir, ndr), in particolare mio fratello Juraj perché per motivi d’età e ciclismo con lui sono cresciuto, dividendo tutti i momenti più importanti della mia vita, anche sportiva».
Oggi Peter è un punto di riferimento per tanti ragazzini della Slovacchia e del mondo intero che si divertono a fare il Sagan. A Ziar nad Hronom non è una novità: sul traguardo del “Peter Sagan Tour”, sono in tanti i giovani che s’ispirano al talentuoso campione del mondo e d’Europa. Ogni anno si ritrovano in un happening dedicato al fuoristrada, quello che oggi viene chiamato il “Peter Sagan Tour”, che va in scena in una semi-sconosciuta cittadina dei Carpazi, con Peter Zanicky, primo allenatore di Peter e oggi organizzatore dell’evento, a fare da gran cerimoniere. «È stato in occasione di una piccola gara come questa che ho incontrato per la prima volta Peter nella sua città natale, a Zilina. Pochi mesi più tardi, con suo fratello maggiore Juraj è entrato a far parte del CyS Zilina. Capii subito che era un talento. I suoi occhi sprizzano intelligenza, le sue gambe sprigionano energia». 

Tenace, scaltro e intelligente come pochi. Rispettoso ed educato. Anche oggi che ha 26 anni e già più di ottanta vittorie in carriera con una maglia di campione del mondo a risplendere su tutto, non è cambiato di una virgola: lui è sempre il solito Peter, rispettoso ed educato. Ma guai a fargli domande sciocche. Ad un collega che gli chiedeva dove fosse nato e come si chiamano i suoi genitori, lui secco ha risposto: «Per questo c’è Wikipedia, prossima domanda». Lui è così, imprevedibile e spiazzante. Soprattutto, mai banale. «Tutti mi chiedono perché sono così diverso dagli altri. Chiedetevi piuttosto perché gli altri sono tutti uguali».

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